CISMAI - Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia
CISMAI - Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia
CISMAI
Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia

Partner nazionale ISPCAN

Presidenza e Segreteria
via del Mezzetta, 1 interno
50135 Firenze
Tel 055 601375 - 6121306
Fax 055 6193818
cismai@infinito.it
presidenza@cismai.org

CHI SIAMO
CISMAI - Lo statutoLo Statuto
CISMAI - Organi direttiviOrgani
CISMAI - Commissioni scientificheCommissioni scientifiche
CISMAI - Referenti regionaliReferenti Regionali
CISMAI - Centri e servizi associatiCentri associati
CISMAI - Come associarsiCome associarsi

ARGOMENTI
CISMAI - Vita del coordinamentoVita del Coordinamento
CISMAI - Convegni, corsi e seminariNews
CISMAI - Newsletter Il RaccordoNewsletter "Il Raccordo"
CISMAI - Documenti on lineDocumenti on-line
CISMAI - PubblicazioniPubblicazioni
CISMAI - Convegni, corsi e seminariConvegni-corsi-seminari
CISMAI - Aggiornamenti legislativiLeggi e Decreti

 
Home CISMAI >> Vita del Coordinamento > Anno 2004 > Luigi Cancrini risponde al dott. Poma

Vita del Coordinamento - Anno 2004

Luigi Cancrini risponde al dott. Poma sul problema degli psicofarmaci ai bambini (da L’Unità del 21/6/2004)

Egregio professore,
ho avuto piacere di leggere alcune sue pubblicazioni sull'infanzia, ed
in particolare sui rischi di abusi nella somministrazione indiscriminata di psicofarmaci ai bambini.
Sono il portavoce nazionale di una campagna sociale di sensibilizzazione sui rischi da possibili abusi nella somministrazione di psicofarmaci a bambini ed adolescenti, nata all'Ospedale Molinette di Torino e poi diffusasi in tutta Italia (la prego di visitare il nostro sito www.giulemanidaibambini.org).
Non è una campagna "estremista", ma ragionata, al fine di sollecitare il
dibattito su questo tipo di problemi.
Luca Poma

Ho pensato alla sua lettera nel corso di un seminario a Torino, affollato di psicologi e di assistenti sociali, di educatori e di giovani che si occupano di bambini maltrattati e/o abusati. Si parlava della difficoltà di capire quello che accade a questi bambini, dei segnali che mandano e del modo di coglierli. Decodificandoli. Dando loro l’attenzione che meritano. Ed è da qui che vorrei partire per segnalare un tipo di rischio della somministrazione di psicofarmaci a bambini e adolescenti cui non mi pare si sia data finora sufficientemente importanza.


E’ convinzione unanime di coloro che si occupano di questo tipo di problemi, largamente confermato da una letteratura ormai ricchissima, che il disagio del bambino abusato o maltrattato (psicologicamente o fisicamente) si esprime con dei sintomi depressivi. Dietro questi sintomi, caro Luca, quella che si nasconde abitualmente non è una malattia misteriosa di quelle che, a sentire i depliants dell’ industria farmaceutica e i giornalisti più superficiali, colpiscono “sempre più spesso anche i bambini”. Quello che c’è dietro questi sintomi per chi sa ascoltare, per chi ha qualche ora e un po’ di professionalità da dedicare al bambino che sta male è regolarmente una condizione di sofferenza cui il bambino non sa o non può reagire in altro modo.

Nel caso migliore, dei malintesi seri fra lui ed i suoi genitori, nei casi peggiori una situazione caratterizzata da una violenza che viene esercitata nei suoi confronti. Il che non vuol dire, ovviamente, che il bambino sofferente, vittima di una situazione di rapporto che non dipende da lui e che lui non è in grado di modificare, non vada incontro, nel suo cervello, a dei mutamenti che sono le dirette conseguenze del trauma e che corrispondono, mettendo in moto processi ricostruibili dal punto di vista biochimico e neurofisiologico, al manifestarsi concreto del vissuto depressivo: dall’inquietudine al senso di oppressione che grava sul petto, dalla difficoltà di studiare alla perdita dell’iniziativa e della voglia di ridere o di giocare.
Il che non vuol dire però che basarsi su questo insieme di sintomi per “diagnosticare” una depressione senza interrogare se stessi e il bambino a proposito delle cause che li hanno determinati è un po’ come porsi di fronte a chi piange la morte di una persona cara tentando di curare il suo dolore con un collirio che blocca l’attività delle ghiandole lacrimali.

Per quanto sciocco questo tipo di risposta possa sembrare a chi si dà il tempo di pensarci su, caro Luca, questo è esattamente il tipo di comportamento che hanno sempre più frequentemente quei medici e quei pediatri che somministrano farmaci antidepressivi al bambino senza darsi il tempo di parlare con lui. Senza riflettere su se stessi e sulla stupidità del loro comportamento. Senza capire e senza intuire il male che gli possono fare. Senza che ci siano giustificazioni, tuttavia, per la loro superficialità e/o per la loro ignoranza.

Scriveva Engels nel suo libro straordinario sulle condizioni di vita della classe operaia nella Londra del 1844, che era diventata allora abitudine diffusa dei medici e, attraverso di loro, delle famiglie il curare con oppio (il laudano dell’antica farmacopea) l’inquietudine, il pianto e l’insonnia dei bambini sottoposti alla violenza delle condizioni di vita inumane determinate dell’inurbamento accelerato e caotico che segnò il trionfo della rivoluzione industriale in Inghilterra.
Dipendenti dall’oppio (che dà dipendenza fisica come l’eroina che da esso proviene) finivano, quei bambini, per morire come mosche. Di denutrizione e di mancanza di cure, di malattie infettive e di avvelenamenti. Senza che nessuno li interrogasse e si interrogasse sul perché del loro star male.

La situazione, tu mi dirai, è cambiata di molto da allora ed io sono d’accordo con te. Quella che non cambia, però, è la procedura, lo schema formale dell’interazione.
Accade ancora troppo spesso, infatti, che il bambino infelice incontri professionisti finti che non sono capaci di ascoltarlo. Accade troppo spesso ancora oggi che questi professionisti nascondano la loro impotenza dietro la forza di una prescrizione destinata a evitare che il bambino manifesti il suo disagio e la sua sofferenza. Ma impedendo a chi gli vuol bene, anche, di capire e di stargli vicino costruendo in questo modo le premesse di quella che sarà la malattia mentale o il disturbo comportamentale dell’adulto: il risultato quasi inevitabile di una situazione in cui il bambino che sta male non trova nessuno con cui parlare ed a cui chiedere aiuto.
Luigi Cancrini

 

Segnala questa pagina a un amico  
CISMAI - Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia
CISMAI - Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia